B -90917.2 – IL COSTO DI UN POSTO DI LAVORO
Caro nipote: capisco la tua ansietà nel trovarti coinvolto in una crisi finanziaria che porta a rimorchio una potente crisi economica; quando hai iniziato a vivere la tua vita da cittadino ed hai iniziato a costruirti il tuo futuro, erano rose e fiori. Con i tuoi primi guadagni hai sottoscritto un mutuo ventennale per la casa; poi un mutuo quinquennale per l’auto ed infine un mutuo per arredare la casa.
Fatti i tuoi conti ben poco ti restava per gestire la tua vita con la moglie; per fortuna anch’essa lavora e con il suo lavoro potevate permettervi una vita tranquilla, qualche piccolo svago ma niente figli per il momento.
Qualche anno lo hai passato tranquillo, poi è cominciata la storia dell’inquinamento, dell’aumento del costo dell’energia, dell’aumento del costo della vita, della crisi dei consumi che ha portato all’inversione del costo del petrolio con arresto dell’espansione economica, crisi finanziaria: paura del futuro.
Per fortuna hai potuto integrare con un lavoro in nero la vita familiare e per dare un soccorso ai tuoi genitori bisognosi di assistenza.
Ormai è esplosa la crisi finanziaria che sta coinvolgendo milioni di giovani come te che hanno ipotecato i redditi futuri per beni attuali destinati ai consumi ed alla qualità della vita; anche i mutui sulle case in proprietà vanno considerati consumi perché rappresentano un immobilizzo di capitale destinato alla qualità della vita non rinunciabile anche se rappresenta un valore reale.
Eccoci al fatto: si sono anticipati capitali per creare beni destinati alla qualità della vita, si è saturato il mercato di auto e di apparecchi elettrodomestici creando mastodontiche industrie che sfornavano prodotti che il mercato poteva assorbire; una volta raggiunta la saturazione è nato il problema della produzione: le industrie hanno risolto sempre con nuovi modelli e favorito l’acquisto con facilitazioni di pagamento rateale a lungo tempo (una casa sta facendo offerta per auto pagabili a metà subito e metà dopo due anni); ma non essendo sufficiente a smaltire la produzione i governi sono stati costretti a sfruttare il principio della rottamazione, con incentivi, dei vecchi modelli per sostituirli con i nuovi: questo significa distruggere l’esistente per dar lavoro alle fabbriche: distruggere per fabbricare ovvero per dare lavoro.
Questo ha un costo notevole poiché per assicurare un posto di lavoro (ad un futuro acquirente) occorre impiegare capitali, materie prime, energia con in più inquinamento ambientale per i rottami, energia per distruggerli, inquinamento atmosferico; il posto di lavoro non rappresenta solo il salario, ma tutto il resto che è notevolmente superiore che va a gravare sulla collettività : per assicurare un posto di lavoro è necessario distruggere ricchezza!
Questo è l’ultimo stadio dopodichè non c’è che la bancarotta a seguitare su questa strada poiché non è più colmabile il debito accumulato mancando i possibili acquirenti che poi fanno parte del sistema.
Caro nipote: se si vuole sortire dalla crisi non c’è che distruggere come ci fosse una guerra che distrugge tutto senza guardare in faccia nessuno (per qualcuno:ben vengano, allora, anche terremoti o diluvi); oppure impostare grandi opere pubbliche per modernizzare il sistema Italia mobilitando, con incentivi, il capitale privato (invece di costringerlo ad emigrare in paradisi fiscali non trovando in Italia un utile impiego) per creare posti di lavoro, non per gli ospiti, ma per gli italiani, purché siano disposti a cambiare lavoro, come lo erano gli italiani del subito dopoguerra. Ma questo sarà difficile. Allora ben vengano gli ospiti e teniamo gli italiani in cassa integrazione.
Se ho fatto riferimento agli italiani del subito dopoguerra c’è una ragione: i famosi governi di centro sinistra del secolo scorso si erano resi famosi per costruzioni pubbliche in zone dove c’era disoccupazione, opere che forse non venivano nemmeno finite, non per mancanza di fondi ma perché risultate inutili; il centro ed il meridione si sono popolati di cattedrali nel deserto, mentre nelle zone dove erano necessarie, ma non c’era disoccupazione, le cose languivano.
Ormai, da allora in poi sono finite le migrazioni interne. Ormai il lavoro veniva fornito sull’uscio di casa. Quelli si che erano governi popolari! Ovvero gli allegri governi popolari che facevano tanto bene al popolo e tanto male allo stato lasciandoci in eredità un debito di 1500 miliardi di euro pari a 25.000 a cranio, compreso i neonati.
Firenze: 17/09/2009 Sermann







